CON WIZZ JONES L’ULTIMO ALBUM DI JOHN RENBOURN

Joint Control (su etichetta Riverboat) è l’ultimo lavoro discografico di John Renbourn, che ci ha lasciati il 26 marzo del 2015. L’album si intitola Joint Control e vede insieme due maestri della chitarra acustica, John appunto, e Wizz Jones che, sulla strada dalla fine degli anni Cinquanta, ha suonato con importanti esponenti della scena folk britannica, come Ralph McTell e Bert Jansch,  ed è riconosciuto tra le ‘radici’ di famosi gruppi e artisti rock come Rolling Stones e Rod Stewart.

Proponiamo due ottime recensioni del disco, per gentile concessione degli amici estensori.

Alessandro Nobis (Il Diapason nel Blog):

Queste pregevoli registrazioni effettuate nelle prime settimane del 2015, poco prima della dipartita di John Renbourn, sono una sorta di testamento delle ultime gesta del chitarrista di Marleybone che nei suoi ultimi mesi aveva realizzato e perfezionato la sua collaborazione con un altro eccellente fingerpicker britannico, il finissimo Wizz Jones, bravissimo al pari di altri suoi colleghi, con una lunga carriera ma molto meno conosciuto.
Commentare un disco di John Renbourn senza ricordare affettuosamente la sua persona mi è difficile: tredici tracce dove le voci e gli strumenti si incontrano e dialogano alla perfezione, un pugno di brani scritti dal suo “pard” di una vita Bert Jansch, del blues arrangiato splendidamente (Hey Hey di Big Bill Broonzy, Great Dream From Heaven di Joseph Spence e Getting There di Mose Allison), le radici folk mai dimenticate (Mountain Rag di Archie Fisher) e la dylaniana Buckets Of Rain compongono il menù di quella serata che l’amicizia e la comunione di intenti hanno davvero reso speciale. Se amate il suono raffinato, il gusto e la musicalità di John Renbourn, questo dischetto fa per voi (o per noi). Conoscerete così anche la maestria di Wizz Jones che come il buon vino, invecchiando, migliora sempre più.
Amaramente credo che questa collaborazione avrebbe potuto proseguire se un infarto non avesse colpito Renbourn nella propria casa, proprio mentre si stava preparando per recarsi nel locale dove l’amico Wizz lo attendeva per un concerto. Strana la vita.

Cico Casartelli (Gagarin Magazine) “Invito all’ultimo valzer”:

Vi sono musicisti che ammiri, altri che sono leggendari, altri ancora che sono dei maestri – John Renbourn è un po’ di tutto ciò, con in più che a lui, al chitarrista dei Pentangle, gli si voleva anche un gran bene. È oramai un anno e mezzo che la mietitrice se l’è portato via per sempre: pochi clamori, un addio in punta di piedi, peraltro suonato praticamente fino all’ultimo, nel senso che Renbourn non ha mai smesso di esibirsi sebbene la salute non fosse esattamente rose e fiori.
Di Joint Control si parlava già da qualche tempo – e, anzi, a dir il vero, John e il suo antico amico Wizz Jones avremmo anche dovuto vederli in Italia, anche se poi è andata com’è andata. Tant’è. Ci resta però questa estrema testimonianza, che migliore non poteva essere: perché questo è un grande album. Qualcuno, magari, per chiudere il cerchio avrebbe voluto che accanto a Renbourn vi fosse stato Bert Jansch ma, lo sappiamo, il suo eterno amico-nemico compagno di mille eccezionali contese di chitarra è già dal 2011 che ha “waved goodbye”, come dicono gli inglesi: Wizz è il perfetto “sostituto”, poiché con Renbourn (e Jansch) ha una storia che inizia anch’essa negli anni Sessanta e non si è mai dileguata né sospesa. Tanto più che il tutto sembra davvero essere il vero tributo a Bert che John si è rifiutato di fare dopo che Jansch se ne è andato – niente partecipazione al concerto commemorativo né altre mosse per ricordare l’altra punta di chitarra Pentangle, con tanti che si arrovellavano per intendere il perché.
Joint Control, un po’ registrato in studio e un po’ dal vivo, Bert lo ricorda, eccome: il cuore del disco è fatto delle riletture di classici di Bert come Strolling Down The Highway, la stessa title track e Fresh As a Sweet Sunday Morning nonché di Blues Run The Game, capolavoro cantautorale di Jackson C. Frank che Jansch e Renbourn si sono palleggiati per anni (il primo a inciderlo, però, fu John nel 1965). In poche parole, chi lamentava la sua mancanza a rendere onore a Bert, qui è prontamente zittito: performance mozzafiato, di quelle che chiedono solo il silenzio dell’ascolto profondo, perché qui l’addio è fra chi si conosce(va) bene, chi si è amato e odiato, chi ha lasciato in eredità grande musica.
Il disco è comunque una vera delizia lungo il corso di tutto l’ascolto, eccezionale quando si accarezza il blues di Big Bill Broonzy (Hey Hey) tanto quanto il Bahamas blues del leggendario Joseph Spence – di costui è regalata una versione velluto e perfezione di Great Dream From Heaven, già incisa da John in So Early In The Spring (1979), che davvero ti fa capire chi appartiene a un’altra categoria (peraltro: chi si ricorda le splendide versioni prima di Ry Cooder e poi di Michael Chapman?). Bellissima anche Balham Moon appunto di Wizz, piccola rapsodia per chitarra che avvolge lenta e inesorabile, così come le sublimi riletture di Buckets Of Rain (Bob Dylan) e di Getting There (Mose Allison), suggello a un lavoro che è il perfetto ultimo valzer di un musicista che non sarà possibile scordare. E a cui volevamo molto bene.