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MICHAEL MCDERMOTT BAND

USA
Noise From Words, il nuovo album del cantautore Michael McDermott, è un sincero ciclo di canzoni di assuefazione e riscatto, o meglio, della lotta per la redenzione. L’artista di Chicago non tralascia nulla nel suo lavoro sfacciatamente autobiografico, motivato dallo stesso impulso che lo ha portato nel circuito delle conferenze, dove parla a personalità turbate che si trovano a combattere con gli stessi demoni. McDermott ha temuto sino all’ultimo di soccombere, e ancora oggi afferma che la sua battaglia non è mai finita. “Non lo faccio perché sono fissato o salvato” dice del suo impulso a dare una mano agli altri, “ma perché sono a pezzi.”
L’album, (uscito su One Little Indian nell’agosto del 2007), quasi tutto live in studio con una strumentazione limitata, talvolta solo la sua voce e la chitarra acustica, riprende il McDermott più intimista e di un’onestà bruciante, al pari dell’esperienza catartica delle sue esibizioni soliste. “Fa piacere avere I tuoi compagni sul palco e saltare di qua e di là di fronte a una band” dice. “Ma quando è il momento delle cose soliste, è tutto molto più nudo e difficile da portare in evidenza a livello emotivo. Dopo un concerto in solo sono semplicemente scarico, e non perché ho saltato in giro, ma perché ho rivoltato me stesso dentro e fuori.”
Ed è proprio questo acuto grado di auto-esposizione psicologica che rende Noise From Words tanto potente. McDermott ritraccia il percorso che l’ha portato sull’orlo dell’abisso, facendo ritorno con canzoni indimenticabili come “Long Way From Heaven,” “My Father’s Son,” “Broken,” “Just a Little Blue” e “I Shall Be Healed.” Queste canzoni, forse sottostimate ma dotate di una propria urgenza espressiva, formano i capitoli di una sorta di autobiografia uditiva la cui scala tematica comprende anche rapporti (“Still Ain’t Over You Yet,” “A Kind of Love Song,” “Tread Lightly,” “No Words,” “All My Love”) e affetti reciproci (“The American in Me”), disegnando un’esauriente visione dell’esistenza contemporanea ai suoi estremi.
McDermott descrive il cinematografico pezzo d’apertura “Mess of Things”, col suo quadro evocativo di acustica, dobro, piano e pedal steel, come la “pietra angolare tematica del disco. La genesi di questa canzone viene da un collage di immagini di come il mio passato sembra seguirmi ovunque vada. La frase, ‘Sono solo sulla ventitreesima e sto cercando un amico’ parla di quando vivevo sulla 23a strada a Manhattan e aspettavo il mio spacciatore. Era uno di quei momenti in cui credi che, per quanto sbagliata sia la decisione che stai prendendo, vi siano forze oscure che lavorano al di fuori del tuo controllo, che ti fanno apprezzare le cose e le persone sbagliate, e quando arrivi all’incrocio devi decidere una volta per tutte quale direzione prendere.”
Alla giovane età di vent’anni, McDermott rompe con l’ambiente cattolico irlandese che ha formato i confini del suo mondo, firmando un contratto importante con la Giant/Warner Bros. “Il mio momento era arrivato, o perlomeno così pensavo”, afferma con una mesta risata. Il suo album d’esordio, 620 W. Surf del 1991, ci introduce alle canzoni d’inclinazione spirituale dai suoni ampi e rootsy, ben esemplificati dall’inno rock “A Wall I Must Climb” salutato dagli osanna della critica che lo accosta a Springsteen, lo stesso per il seguente Gethsemane, del 1994. Ma la carriera ascendente di McDermott porta con sé una reazione uguale e contraria, allorché il nuovo venuto presto si lascia prendere dalla tentazione.
“Nel mio primo tour” ricorda Michael, “ogni sera c’era una bottiglia di Jack Daniel nei camerini, e graziose signorine mi aspettavano sulla porta. Alle scuole superiori avevo letto William Blake, che scriveva che ‘La strada dell’eccesso porta al palazzo della saggezza’ e Arthur Rimbaud aveva scritto che ‘se vuoi essere un veggente, devi avere un razionale disordine dei sensi’ Queste due frasi erano diventate i miei mantra. Volevo sperimentare tutto ciò che poteva offrire la vita, tutto, il buono e il cattivo. Nel mio primo viaggio fuori da Los Angeles, stavo guidando verso il Sunset, ho detto a un amico ‘mostrami i bassifondi’ perché davvero volevo fare questa esperienza. Anni dopo, lo stesso amico mi diceva ‘Vorrei non averti mai fatto vedere il peggio. Non avrei mai immaginato che saresti andato così lontano’”.
Anche quando stava affondando nelle sue personali profondità, McDermott scriveva e cantava canzoni edificanti, e chi ascoltava attentamente le avrebbe trovate ispiranti, una situazione che trovava dolorosamente ironica: “C’erano uomini già di una certa età che venivano a dirmi che erano sempre stati atei prima di sentire la mia musica e che attraverso questa avevano trovato Dio. Nel corso degli anni ho continuato a sentirmi come se avessi la missione di cantare canzoni spirituali ma senza mai sentirmi davvero a posto riguardo gli altri elementi della mia vita. Mi sentivo in preda all’autodistruzione, alcolizzato e assuefatto alla droga, e ancora avevo l’arroganza di pensare che Dio avesse abbastanza tempo per preoccuparsi della vendita dei miei dischi e di pensare che mi tirasse fuori dalla mia aridità. Ecco perché sono diventato così disilluso.”
Dopo anni di comportamenti autodistruttivi, McDermott ha il suo momento della verità nel novembre del 2004, quando viene arrestato per possesso di cocaina e viene incarcerato alla Cook County Jail, che è “generalmente considerata la prigione più dura in tutta Chicago, e forse di tutto il paese. Mi trovavo lì più in basso del basso, nel peggio del peggio, quantunque continuassi a considerarmi un uomo di fede. Quella prima notte in galera mi ha ispirato alcune delle mie più ferventi preghiere ma, se guardo indietro, credo che fossero ‘preghiere da un buco’ coniate per descrivere quanto succedeva agli atei o agli agnostici nel furore della battaglia, quando vita e morte erano sulla stessa linea, il tipo di preghiera che fa ‘Signore, tirami fuori da questo guaio e giuro che non lo farò mai più…’. Mi sentivo come se avessi trovato il mio fondo, come se avessi scavato il mio buco il più profondo possibile. E’ buffo che sia stato tu stesso a toglierti la libertà, e quando sedevo sul pavimento della cella, capivo che c’era solo una via d’uscita, o almeno è quel che credevo in quel momento. Dopo interminabili beghe legali, sono riuscito a lasciare la prigione per una scuola di rieducazione. Ero un uomo libero.”
C’era un aspetto ironico nella detenzione di McDermott. “Mio padre era stato nella stessa cella, qualche anno prima di me,” spiega. “E questo mi ha ispirato a scrivere ‘My Father’s Son.’ Lui ci era finito per una pistola, io per le droghe. La sola idea di finire lì mi uccide ancora, e in qualche modo credo mia sia quasi sentito obbligato a farlo perché anche a lui era successo. Mi piace il tipo e, per dire la verità, sarei orgoglioso di essere come lui quando cresco, se cresco.”
L’esperienza gli dà quella sferzata di realtà di cui McDermott aveva bisogno, rendendolo capace di vedere quanto lontano fosse caduto, cominciando a trovare le forze per scalare il buco profondo che si era scavato con le sue stesse mani. Noise From Words segna la sua prima scrittura e registrazione da quei drammatici eventi che ne hanno cambiato la vita.
“E’ stato sorprendente, un momento davvero interessante della mia vita. Il fatto di aver trovato un contratto con la One Little Indian è già di per sé un miracolo. Queste cose mi colpiscono e mi danno speranza. E’ come se Dio mi stesse facendo entrare come battitore alla nona ripresa di una partite di baseball: bene, mi dico, vediamo come va a finire.”

Michael McDermott comincia a esibirsi nelle coffeehouse di Chicago nei primi anni Novanta, incorporando elementi di musica Irish nelle sonorità del folk rock americano. Il suo singolo del 1991 A Wall I Must Climb, dall’album 620 W. Surf, raggiunge la posizione n. 34 delle classifiche Mainstream Rock di Billboard. Registrerà vari album che porterà in tour, aprendo per grandi nomi come Van Morrison, Cracker, Cowboy Junkies, 10,000 Maniacs e Wallflowers. Suoi testi sono citati nel film Insomnia, mentre in un’altra pellicola – Rose Madder – uno dei protagonisti indossa sempre una maglietta che lo raffigura.

Nel 2008 è in tour in Italia per la prima volta, caldamente accolto tanto da ritornarci altre due volte nel 2009, ed espande la propria base di aficionados in altri paesi europei, tra cui Inghilterra, Irlanda e Francia. Nel 2009 si sposa con Heather Horton (anche lei valida cantautrice e musicista), che fa parte della band di McDermott sin dal 2005.
Da tempo innamorato della letteratura, Michael sta finalmente mettendo mano alla scrittura del suo primo romanzo.
Nel 2011 esce "All The Way From Michigan" contenente ventuno canzoni dal vivo allo spettacolo al Village Theatre di Canton (Michigan) dell’8 gennaio 2011. Tra queste una sbalorditiva versione di "Wounded" e nuovi classici-istantanei come "Five Leaf Clover" e "Secret Wars", da gemme inedite quali "We're Gonna Get Married" fino alla canzone che ha dato il via al tutto, "620 West Surf".
la versione DVD comprende anche riprese in studio di “Wounded” e “Antique Store”.

"Credo che il più grande problema della società…” ha detto una volta McDermott, “è la capacità di discernere, ovvero di capire quel che è giusto e quel che è sbagliato, e quello che è buono per te... è davvero importante che tu abbia le idee chiare su quel che stai facendo. Non è come in un film dove un bel giorno vieni improvvisamente risanato. È un percorso, talvolta non facile, altre volte ancora spiacevole. Ma una fede, anche piccola, ti può portare lontano.”


Formazione:
MICHAEL McDERMOTT – chitarra e voce
HEATHER HORTON – violino
TJ PAVLETIC – basso
NICK KITSOS – batteria

Discografia:
620 W. Surf, 1990
Gethsemane, 1994
Michael McDermott, 1996
Bourbon Blue, 1999
Last Chance Lunge, 2000
Live Sampler, 2003
Ashes, 2004
Beneath the Ashes, 2004
In a Godless Night, 2004
Noise from Words, 2007
Hey La Hey, 2009
All the Way from Michigan, 2011



 

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